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Identificata l'origine molecolare della fibrosi polmonare idiopatica

 
Fonte: Sito OMAR (Osservatorio Malattie Rare)   -   24 Maggio 2018

 
I fibroblasti nei pazienti con IPF hanno dimostrato di proliferare in modo simile alle cellule neoplastiche nei tumori, e il blocco del gene FOXM1 può ridurre la loro attivazione

 
Ann Arbor (U.S.A.) – Il blocco del gene FOXM1 può ridurre l'attivazione dei fibroblasti e il processo patologico della fibrosi polmonare idiopatica (IPF): a dimostrarlo, in un recente studio, è stato il team di Marc Peters-Golden, professore di medicina interna presso la Divisione di Medicina Polmonare e Terapia Intensiva della Michigan Medicine (USA), e del ricercatore L. Raghu Penke. I risultati della ricerca sono stati pubblicati sul Journal of Clinical Investigation.
 
“Il ruolo di FOXM1 all'interno dei fibroblasti polmonari nella fibrosi polmonare non era mai stato studiato prima”, ha detto Peters-Golden. “Abbiamo dimostrato che, in linea di principio, se blocchiamo FOXM1, possiamo ridurre l'attivazione dei fibroblasti e il processo della stessa fibrosi”. L'IPF è caratterizzata da cicatrici tissutali negli organi, principalmente nei polmoni. I pazienti diagnosticati hanno in genere un'aspettativa di vita da 3 a 5 anni, e il decesso avviene più frequentemente a causa di insufficienza respiratoria. I fibroblasti nei pazienti con IPF hanno dimostrato di proliferare ed espandersi in modo simile alle cellule neoplastiche in un tumore.
 
A causa delle tante analogie della IPF con il cancro in relazione ai fibroblasti, il prof. Peters-Golden e il suo team sono giunti a FOXM1, che – come dimostrato dalla ricerca precedente – promuove la crescita delle cellule tumorali. Uno studio della Ohio State University, infatti, nel 2015 ha identificato tre geni che insieme consentono ad una forma letale di cancro al cervello, il glioblastoma multiforme, di ripetersi e progredire dopo la radioterapia: uno di questi è appunto FOXM1.
 
Il team di ricercatori della Michigan Medicine, creando dei modelli murini, ha esaminato i fibroblasti polmonari dei pazienti con IPF e dei topi (la cui fibrosi era stata provocata da un farmaco tossico): è stato scoperto che entrambi i gruppi avevano avuto un aumento dei livelli di FOXM1.
 
Il prof. Peters-Golden ha spiegato i meccanismi dello studio: “Dopo aver modificato geneticamente i topi per eliminare il gene FOXM1 dai fibroblasti fibrotici, abbiamo somministrato un farmaco tossico che causa la fibrosi e il risultato è stato che i topi erano sostanzialmente protetti. Questo ci ha mostrato che FOXM1 nei fibroblasti era importante per il processo di fibrosi”. Successivamente, dopo aver somministrato ai topi non affetti la siomicina, un composto sperimentale progettato per bloccare FOXM1, il team ha osservato che il farmaco previene la fibrosi in vivo. “Quando abbiamo bloccato FOXM1, sia con il farmaco che con l'approccio genetico, abbiamo ridotto l'accumulo di fibroblasti e diminuito la produzione di proteine cicatriziali, indicando che l'eccesso di FOXM1 sembrava contribuire al cattivo comportamento dei fibroblasti”, ha affermato Peters-Golden.
 
Dato che la siomicina non è approvata per l'uso negli esseri umani, si sta lavorando per sviluppare farmaci per bloccare l'iperattività di FOXM1 nelle cellule tumorali. Se tali farmaci dimostreranno di essere sicuri negli esseri umani, potrebbero essere testati in studi clinici per la IPF ed eventualmente, in futuro, per altre malattie cicatriziali del polmone e di altri organi. Nella prossima ricerca, il prof. Peters-Golden e il suo team intendono valutare come l'inibizione o l'eliminazione di FOXM1 influenzi i topi con un grado di fibrosi più avanzato.
 
La statunitense Food and Drug Administration tre anni fa ha approvato i primi farmaci per la IPF, ma tutte le terapie autorizzate hanno solo il potenziale per rallentare la progressione della malattia: non invertono la fibrosi che si è già sviluppata. I farmaci approvati comprendono una varietà di medicinali per il cuore, alcuni antibiotici, la chemioterapia e i gli antinfiammatori. “Sebbene avere a disposizione alcune opzioni di trattamento per la IPF sia senza dubbio un vantaggio – ha concluso Peters-Golden – a mio parere, questi farmaci sono come quando nel baseball si smorza la palla, piuttosto che fare il fuoricampo che tutti noi vogliamo”.
 
Per ulteriori informazioni è possibile consultare il comunicato stampa della Michigan Medicine.






 
Tutte le malattie polmonari, non solo quelle oncologiche,  beneficeranno presto dei progressi della medicina personalizzata. Grazie  alla ricerca che ha rinvigorito lo studio dei meccanismi alla base  delle patologie, racconta Venerino Poletti, presidente dell'Associazione  Italiana Pneumologi Ospedalieri             

Fonte: La Repubblica   -   18 giugno 2018

                C'era una volta la vecchia pneumologia. C'è oggi un  nuovo modo di intendere la disciplina che abbraccia l'idea di una  medicina sempre più personalizzata, di un approccio di cura basato  direttamente sui meccanismi patogenetici alla base della malattie. E se  all'interno della branca stessa per alcune patologie di passi avanti ne  sono stati già fatti tanti – basti pensare alle terapie contro il cancro  del polmone – in altri il cambio di paradigma deve ancora avvenire. Ma  c'è chi, come Venerino Poletti, presidente dell'Associazione Italiana Pnuemologi Ospedalieri  (Aipo), scommette che anche per le patologie non tumorali ci stiamo  avvicinando a questa rivoluzione. E in buona parte, spiega, perché anche  la visione della ricerca, clinica e di base, è cambiata.

“Nel nostro campo, come in altri, l'introduzione degli studi clinici  randomizzati in doppio cieco ha cambiato completamente l'approccio alla  ricerca, imponendo una definizione chiara dei quadri clinici, una  selezione precisa dei pazienti e ancora un'individuazione dei confini in  cui inserire malattia e malati”. In sostanza è stata l'applicazione dei  criteri dell'Evidence-Based Medicine (EBM) la vera rivoluzione: “Un  aspetto non scontato: guardando al passato, infatti, molto spesso nel  nostro campo a contare erano le valutazioni fatte da esperti, che hanno  anche portato a considerare a volte utili dei farmaci che poi si sono  rivelati dannosi una volta valutati secondo l'approccio  dell'Evidence-Based Medicine”. Questo metodo, per esempio, ha cambiato  molto la faccia agli studi nel campo delle pneumopatie infiltrative  diffuse, ricorda il presidente.

Questo, va avanti Poletti, ha innescato a sua volta anche una  rivoluzione nella rivoluzione, con la ripresa degli studi anche nella  ricerca di base, indirizzata, anche grazie all'arrivo di nuove tecniche  –  di imaging, di genetica e biologica molecolare – alla comprensione  dei meccanismi alla base delle patologie. “Come accaduto nel caso della fibrosi polmonare idiopatica:  la ripresa degli studi di base negli ultimi anni ha stravolto il modo  di guardare alla patologia, creduta fino a tempo fa a base  infiammatoria, mentre oggi sappiamo che entrano in campo altri  meccanismi, quali per esempio quelli che hanno a che fare con la  senescenza delle cellule alveolari”. L'individuazione dei meccanismi che  si nascondono dietro una patologia diventa la chiave di volta per  l'identificazione di nuovi approcci terapeutici, mirati.

Che la ricerca, proprio nel campo della fibrosi polmonare idiopatica sia  così viva, lo dimostra tra gli altri la pubblicazione nei giorni scorsi  di due studi che aprono le porte a nuove strategie di cura. Un team di  ricercatori della University of Michigan, per esempio, racconta sul  Journal of Clinical Investigation che bloccando selettivamente un gene  negli animali è possibile alterare il processo che porta alla formazione  del tessuto fibroso nella malattia. Mentre dal Policlinico  Universitario Agostino Gemelli IRCCS – Università Cattolica del Sacro  Cuore di Roma è arrivata, con la pubblicazione di uno studio su Jama, la  notizia dei risultati incoraggianti di un trattamento sperimentale  contro la fibrosi polmonare idiopatica di fase II.

Studi che non mancano in Italia, ricorda Poletti, commentando la  diffusione delle sperimentazioni cliniche nel nostro paese. “Le fasi più  avanzate, quelle di fase III, sono le più diffuse, ma non mancano anche  ricerche di fase II e diverse strutture cliniche si sono dotate o si  stanno dotando delle infrastrutture per portare avanti studi di fase I”.             
24 maggio 2019
Identificata l'origine molecolare della Fibrosi Polmonare Idiopatica

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